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CATTIVO MAESTRO di Aldo De Michelis

La sera prima aveva presenziato alla cena in suo onore: dopo 35 anni di lavoro era arrivato il momento della pensione.
Era stata una grande festa, c’erano tutti i suoi colleghi ed anche qualcuno dei suoi allievi.
Non aveva ecceduto nel bere, non lo faceva mai, ma probabilmente la leggera confusione che stava provando era dovuta alla serata un po’ fuori dai suoi consueti e morigerati canoni.
Sì, doveva essere certamente così.
Del resto lo aveva sempre sostenuto: serietà, morigeratezza, onestà, dedizione. Attenendosi a questi precetti nulla era precluso, compresa la salute.
Era un ronzio quello che percepiva, fastidioso, nulla di clamoroso ma insistente, noioso e che non gli permetteva di concentrarsi sui suoi pensieri.
Chi era stato? Ah, sì, Prolix, con quella sua vocina querula gli aveva chiesto “E da domani, Reader, cosa farà? Non sentirà la nostra mancanza”? “Certo signorina Prolix, certo che sentirò la vostra mancanza, ma mi sono preparato per tempo a questo momento. Da domani comincerò a scrivere il libro che ho sempre sognato di pubblicare e che non ho mai avuto il tempo di iniziare”. La signorina Prolix, con cui aveva avuto una brevissima parentesi sentimentale, gli aveva fatto i complimenti e gli auguri. Gli era persino sembrato che volesse aggiungere altro, tipo: se ha bisogno di me mi chiami pure o, però è un peccato che la nostra storia sia finita ancora prima di iniziare. Probabilmente era stata solo un’impressione, tanto lui quanto lei erano persone riservate e solitarie con un’unica missione: il proprio lavoro. Per questo erano ancora single.
Il borbottio della caffettiera lo riportò al presente.
Si versò la seconda tazza di caffè della giornata e accese il computer.
Schermata nera e, poi, lentamente il pc cominciò a prendere vita.
Ancora quel ronzio nella testa.
Sembrava addirittura più forte.
Lo ricacciò indietro accostando la tazza fumante alle labbra.
Elaboratore di testi.
Anche il dottor Bore gli aveva chiesto dei suoi progetti e se intendesse partecipare a qualche futura riunione di colleghi.
Aveva declinato l’invito ma ora si domandava se non fosse stato un errore. Tenere aperti i contatti con quello che era stato il suo mondo, forse, avrebbe potuto essere piacevole.
Si segnò sull’agendina che teneva sempre nel taschino di chiamare il dottor Bore indicando, tra parentesi, riunione colleghi.
Era meticoloso anche se preferiva definirsi preciso.
Il programma di testi presentava il suo foglio bianco, pronto ad essere riempito di pensieri e ricordi.
Era stato un grande maestro, si disse.
Molti suoi allievi avevano fatto carriera e, segretamente, si attribuiva una parte del merito.
Insegnava con passione e pretendeva molto. Era convinto che chi meritava doveva avanzare velocemente. Tutti potevano arrivare, bastava semplicemente volerlo.
Sapeva individuare i fannulloni e perditempo, e non sbagliava mai.
Il ronzio si era fatto più insistente ora. Il caffè non aveva messo fine al fastidio. Basta concentrarsi di più, pensò.
Era una frase che ripeteva spesso agli allievi meno volenterosi: concentrati di più e vedrai che ce la farai.
La frase, che pareva un incoraggiamento era, invece, un rimprovero: se vuoi puoi!
Quante volte la aveva usata.
Stava fissando il monitor, la pagina bianca osservava lui e pareva farsene beffe.
Aveva centinaia di pensieri, aveva scritto nella sua mente il libro migliaia di volte, tutto stava a cominciare, poi “si sarebbe scritto da solo”.
Il pensiero riandò alla serata della sua festa: in un angolo, appartato dal resto della gente, c’era un ragazzo. Era certo di conoscerlo. Aveva un aspetto dimesso, sembrava soffrire. La sera prima aveva avuto intenzione di andargli incontro ma poi la vecchia signora Headmaster lo aveva intrattenuto con quanto la scuola fosse cambiata con il tempo.
Ora ci stava ripensando.
Chi era quel ragazzo?
Poi, ad un tratto, il ricordo si fece strada. Ma certo, era Footless.
Lo ricordava bene.
Un ragazzo intelligente, con lo sguardo vivace e sveglio ma senza la capacità di impegnarsi.
Quante volte glielo aveva detto: è inutile che accampi scuse, concentrati di più e vedrai che ce la farai.
Ricordava ancora lo sguardo smarrito di quel ragazzino.
Il ronzio nella sua testa era ora quasi insopportabile, si era trasformato in una specie di sirena ululante.
Si esortò mentalmente: concentrati ancora, ce la puoi fare.
Non come Footless con il suo sguardo implorante in cerca di compassione; bisognava reagire, non rassegnarsi.
Rammentava la voce piagnucolosa di quando lo invitava a leggere a voce alta: non ci riesco, maestro, non ci riesco.
A volte, durante le letture, anche lui si univa ai risolini di scherno dei ragazzini: “allora, Footless, non abbiamo tutto l’anno scolastico per finire questo brano, vuoi sbrigarti”?
Il ronzio, diventato ululato, ora era accompagnato da un dolore sordo al braccio destro.
Il foglio bianco era sempre dinanzi a lui, beffardo. Pareva sogghignare.
E’ solo questione di concentrazione e esercizio, si ripetè mentalmente.
Già e poi come andò a finire con il giovane Footless?
Già. Poi era stata la volta della madre, gli aveva parlato di un disturbo. Sta’ tutto il giorno sui libri, gli aveva detto accorata.
Come aveva risposto? “Questi sono i disturbi dei fannulloni, signora mia”, ecco come aveva risposto. “E non cerchi di scusarlo. Non gli crei alibi. Probabilmente sta’ sui libri ma non si concentra abbastanza. E’ tutta questione di concentrazione. Lo faccia concentrare di più e vedrà che riesce”.
Ma cosa gli stava accadendo? Sudava freddo e anche l’altro braccio prese a fargli male.
Anche nella scrittura Footless era un disastro.
Errori su errori. Tutti di disattenzione. Doppie mancanti, frasi con sillabe invertite, per non parlare della grafia: orrenda.
Le aste, ecco quello che ci voleva.
Gli aveva fatto fare quaderni e quaderni di aste per poi passare alle lettere.
Niente. Non voleva imparare, non ne aveva la volontà.
Concentrazione ci vuole, concentrazione.
Che ragazzino svogliato. Non mi meraviglia che ieri sera fosse ai margini della festa, con così poca volontà avrà certo fatto poca strada e probabilmente si vergogna della propria misera condizione di ignorante.
Ma cosa gli stava accadendo? Era scosso da tremori diffusi, le braccia non rispondevano ai suoi impulsi cerebrali e le lettere della tastiera danzavano davanti ai suoi occhi.
Era confuso. Confuso e inerme, come paralizzato.
Da un angolo in ombra, alla destra del computer gli pareva di vedere il viso di Footless, poteva percepirne la presenza.
Non era possibile.
Si trattava di un sogno, di un delirio dovuto al malore che lo stava colpendo.
Era in preda al panico ora.
Aveva paura.
“Buongiorno signor Maestro”.
Era la voce di Footless, non poteva sbagliare. Aveva la cantilena piagnucolosa che tanto bene ricordava. “Perchè non si concentra? Si concentri, vedrà che così riuscirà a scrivere il suo libro. E’ solo questione di concentrazione”.
Era reale? Non sapeva più distinguere.
Non poteva essere. Come era arrivato? Quando? E perchè poi?
Come potesse leggergli nel pensiero Footless continuò: “Io mi impegnavo, lo giuro, era solo che parole e numeri mi si confondevano davanti. Ho trascorso pomeriggi interi a concentrarmi, come diceva lei. Ed è vero, concentrandomi ho capito. Ho capito che avrei potuto imparare se solo avessi trovato qualcosa o qualcuno che leggesse per me. Lo sa’ che esistono grandi professionisti che inventano strumenti adatti a chi, come me, ha difficoltà a leggere e scrivere”?
Reader provò a rispondere ma la voce gli si strozzava in gola. Si sentiva in trappola. Avrebbe voluto dire: ma cosa ho fatto? Perchè mi sento così? E perchè tu sei qui?
La risposta alla sua muta domanda arrivò subito: “Ieri sera ero alla sua festa di addio alla professione. Mi tenevo in disparte ma l’ho tenuta d’occhio tutta la sera. Credevo di aver dimenticato. Invece no, cinque anni di continue umiliazioni mi hanno persuaso ad aspettare che lei uscisse e tornasse a casa. L’ho seguita discretamente. Una volta scoperto dove abitava sono andato al mio laboratorio. Entrare in casa sua è stato davvero uno scherzo da ragazzo. Ho atteso qui tutta la notte”.
“Sono professore di biologia ora. Sono riuscito a diventarlo grazie alla passione per l’insegnamento di suoi colleghi. Gente che aveva imparato a concentrarsi, anche per cercare di capire le difficoltà dei propri studenti”.
Reader ebbe solo in quell’istante la certezza di trovarsi nella realtà, una realtà spaventosa, che non sapeva spiegarsi. Perchè il malore, da cosa poteva dipendere?
“Si starà chiedendo cosa le sta’ accadendo. Semplice, sto’ studiando. In piena concentrazione. Si tratta di uno studio sulla tetrodotossina. Simbolo TTX. E’ contenuta nella pelle dei tritoni. La ha ingerita nella prima tazzina di caffè di questa mattina, e qui ho avuto la prima risposta del mio studio: è insapore. Gli effetti dovrebbero essere: paralisi progressiva e morte. Ho pensato subito a lei per provarne l’efficacia signor Maestro”.
“Si concentri. Si concentri di più, vedrà che riuscirà a non morire......addio signor Maestro”.

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