Era la trasmissione
televisiva di maggior successo di sempre.
E loro ne stavano facendo parte. Senza volerlo.
Come era accaduto?
L’accelerazione era avvenuta dopo la grande crisi finanziaria che aveva messo
in ginocchio il mondo ed il loro paese in particolare.
Malgrado tutte le rassicurazioni del Governo l’economia aveva subito un
tracollo, la maggioranza delle famiglie aveva dovuto fare i conti con una
“malattia” ormai dimenticata: la miseria.
L’imbarbarimento dei costumi era iniziato prima della grande crisi: traffico
sessuale di bambini, vendita di organi, abuso di droghe e alcool, noia che
sconfinava in delitti aberranti, corruzione diffusa a tutti i livelli.
L’avvento della povertà non aveva che accelerato il decadimento.
Molti delitti venivano giustificati dallo stato di necessità.
Gli omicidi o le sevizie non facevano più notizia, uscire era decisamente da
temerari e anche le proprie abitazioni non potevano dirsi sicure a causa
delle innumerevoli rapine.
Il Governo era allo sbando.
Maggioranza ed opposizione erano impegnate a difendere strenuamente i propri
interessi.
Non c’era più nulla che le differenziasse.
Litigavano, sì, ma solo per rinfacciarsi errori e malefatte che erano, in
realtà, comuni ad entrambi gli schieramenti.
In questa situazione fu facile trovarsi d’accordo nel proclamare il
coprifuoco visto lo stato di grave emergenza economico e sociale.
Serviva a proteggere i cittadini.
La sicurezza prima di tutto.
Grazie alla tecnologia tutto poteva essere ottenuto senza muoversi dalla
propria casa. La televisione regnava sovrana su tutti.
I programmi, un tempo anticipatori delle mutazioni comportamentali, dovettero
adeguarsi alle nuove realtà.
Anche i programmi un tempo trasgressivi erano ormai banali e non
interessavano più nessuno.
Era necessario inventare qualcosa che potesse tenere incollata allo schermo
una intera popolazione e le evitasse di pensare.
La soluzione venne trovata da un gruppo di psicologi e psichiatri che
affidarono poi la realizzazione a geniali produttori televisivi.
Un gioco a quiz.
Infinito.
Non pareva esserci alcun premio in palio salvo la permanenza all’interno
dell’enorme e avveniristico studio televisivo.
Gli sconfitti venivano semplicemente accompagnati fuori.
Destinazione ignota.
Il programma si alimentava di due tipologie di concorrenti: partecipanti che
si proponevano ed altri che venivano, invece, obbligati alla partecipazione.
Era stata un’idea degli strateghi del programma quella di inserire
concorrenti da loro scelti
La leggenda diceva che questi ultimi venissero prelevati dalle loro case
durante il “coprifuoco” così che nessuno potesse sapere.
I concorrenti così ottenuti venivano gettati nell’arena televisiva ed
apparivano atterriti. Lo scopo che gli autori volevano raggiungere era
proprio questo.
Aggiungere realismo al programma.
La novità era stata accolta con entusiasmo dagli spettatori.
I concorrenti obbligati erano spaesati e, normalmente, dopo qualche ora
abbandonavano da sconfitti lo studio con uno sguardo allucinato.
L’ultima geniale trovata era stata quella di prelevare intere famiglie.
Era quanto era accaduto a loro.
Erano andati a letto da un paio di ore.
Vennero svegliati dal rumore della porta di ingresso che veniva spalancata.
Il Governo, per sicurezza, aveva un passepartout che permetteva alla polizia
l’accesso a tutte le abitazioni del paese.
Ad eccezione delle case dei governanti. Anche questo per ragioni di sicurezza
nazionale.
Rumore di stivali.
Le porte delle camere da letto vennero spalancate con gran fragore.
“Forza. Svegliarsi. Avete 8 minuti a partire da ora per vestirvi” urlò quello
che pareva il capo mentre volgeva il polso per osservare l’orologio e lo
scorrere dei minuti.
Si vestirono in silenzio senza fare domande.
Avevano sentito parlare di inaudite violenze da parte dei poliziotti a chi
osava opporsi alle “convocazioni” del Governo.
In quel momento non conoscevano la ragione di quell’irruzione ma sapevano che
era meglio stare calmi ed eseguire gli ordini.
In anticipo di un paio di minuti rispetto agli otto concessi erano tutti
vestiti.
Scortati dai 10 poliziotti armati si diressero verso l’uscita.
La porta di ingresso rimase spalancata mentre andavano via.
Non era stato prevista la possibilità di un ritorno!
Salirono sulla camionetta.
In quel momento si guardarono.
Erano cinque.
Tutti in discreta forma fisica, età compresa tra 12 e 45 anni.
Non sapevano ancora cosa li stava aspettando ma, senza bisogno di parlare,
capirono che ci sarebbe stato da lottare.
In quel momento il mezzo venne avviato e cominciarono il loro viaggio.
Il mezzo militare aveva una finestrella orizzontale posta in alto.
Permetteva l’entrata di una lama di luce ma impediva di poter vedere
all’esterno.
Nella penombra il maggiore dei figli strappò un pezzo di carta e vi scrisse
sopra: STIAMO CALMI, e lo passò a tutti perché potessero leggerlo.
Il padre apprezzò il gesto e la prudenza.
Potevano esserci microfoni spia e parlare, se pur a bassa voce, avrebbe
potuto essere assai pericoloso.
Nel silenzio il viaggio continuava.
Scossoni e sussulti facevano pensare ad un percorso secondario ma avevano
sentito dire che le strade, anche quelle principali, erano senza manutenzione
da anni, percorse quasi esclusivamente da mezzi militari e quindi alquanto
malridotte.
Non avevano idea della loro destinazione.
Il viaggio durò diverse ore tanto che il più piccolo si addormentò.
Che bello poter vivere le esperienze senza ansie e poter dormire.
Gli altri erano invece ben svegli e presi da migliaia di domande: dove ci
stanno conducendo? Perché? Cosa abbiamo fatto?
Passarono silenziosamente in rassegna tutta una serie di episodi nei quali
erano stati coinvolti, ma in nessuno trovarono frasi o comportamenti in
qualche modo compromettenti.
Al tempo della crisi bastava esprimersi in maniera “non ottimista” per essere
classificati tra i disfattisti e, quindi, diventare nemici del Governo.
Lo avevano sempre evitato.
Fingevano grande ottimismo.
Malgrado il magrissimo sussidio, malgrado la vita da reclusi, malgrado
l’unico svago fosse la TV che, 24 ore su 24, trasmetteva programmi in linea
con le parole d’ordine del Governo: dimenticare – distrarsi – adeguarsi, mai
e poi mai si erano lamentati.
Lo decisero una sera coinvolgendo anche il piccolo; neppure in casa, neppure
a bassa voce, neppure nei momenti di maggiore sconforto, avrebbero mai
pronunciato parole che non fossero in linea con le direttive che la TV
diffondeva.
Andava tutto bene.
Presto la situazione sarebbe migliorata.
I Governanti erano il meglio che si potesse sperare e si dedicavano anima e
corpo alle sorti della Nazione.
La TV, come da ordini, rimaneva continuamente accesa rafforzando i concetti
che dovevano essere metabolizzati dall’intera popolazione: ci si divertiva e
tutto andava per il meglio.
Non poteva essere questo.
Non erano stati classificati tra i nemici del popolo. Impossibile.
Si fece quindi strada nella loro mente un incubo anche peggiore: erano stati
scelti quali partecipanti al quiz.
Anche loro lo avevano seguito –come si poteva farne a meno?- e, come tutti,
si erano sempre chiesti quale fosse il premio in palio e quale fosse la sorte
finale dei partecipanti.
I loro pensieri vennero interrotti dalla brusca frenata e dall’arresto del
mezzo su cui erano trasportati.
Erano arrivati.
Le portiere vennero aperte e furono inviatati a scendere.
Si trovavano in un dedalo di stradine.
I vicoli si snodavano in mezzo ad enormi palazzoni fatiscenti.
Percorsero alcuni dei sudici vicoletti e vennero condotti in uno dei
fabbricati.
Un ampio ingresso.
Da lì un lunghissimo corridoio con innumerevoli porte.
Buio.
Cominciarono a percorrere il corridoio.
Dalle porte chiuse provenivano sospiri, grida.
Un insieme di dolore e gioia.
Arrivarono alla loro meta.
La porta che era stata aperta si chiuse pesantemente alle loro spalle.
Non una parola.
Non sapevano perché erano in quel luogo ne’ quanto tempo ci sarebbero stati.
Nessuna spiegazione.
Si strinsero insieme.
Era necessario non cedere al panico.
Si scambiarono qualche parola.
“Andrà tutto bene. L’importante è rimanere tranquilli e insieme. Vedrete, ce
la faremo”.
Mentre diceva queste parole si sentiva falso. Non aveva idea di come
mantenere le sue promesse.
Malgrado ciò tutti si sentirono rassicurati.
“Direi che a questo punto sarà il caso di esplorare la nostra nuova
abitazione” disse con un sorriso che voleva essere di incoraggiamento.
L’appartamento si sviluppava in orizzontale.
Come l’entrata del palazzo dall’ingresso partiva un lunghissimo corridoio,
sui due lati pesanti porte.
Poteva sembrare un albergo.
La prima cosa che notarono le telecamere.
Tantissime. Tante da poter riprendere ogni angolo.
Il loro fisso occhietto rosso si illuminava continuamente.
All’accensione seguiva il fastidioso ronzio della registrazione.
Ammoniva: sei spiato!
Due camere da letto, due bagni, una cucina e la grande sala TV era la
composizione dell’appartamento.
Ad eccezione della porta di ingresso nessuna apertura verso l’esterno.
In ogni locale e nel corridoio stesso grandi e piccoli schermi trasmettevano
alternativamente il quiz e lo scorrere delle loro vite.
Era curioso vedersi vivere.
Sarebbe stato difficile abituarsi.
Ma ce la avrebbero fatta, sempre che gliene dessero il tempo!
L’esplorazione della casa portò via un’ora.
Come avrebbero passato il tempo?
Non sapevano ancora cosa aspettarsi.
Esplorarono la cucina.
Neanche la distrazione di cucinare.
Cassetti desolatamente vuoti ad eccezione delle posate rigorosamente in
plastica.
Da questo particolare capirono che i pasti, in caso fossero previsti,
sarebbero stati consegnati dall’esterno.
Avrebbero visto qualcuno, quindi.
Era necessario rimanere concentrati su quanto sarebbe accaduto.
Non sarebbero scomparsi nel nulla senza lottare.
Che ore si erano fatte? Le dieci e mezzo del mattino. Presumibilmente tra un
paio di ore avrebbero visto qualcuno per il pranzo.
Come dovevano comportarsi?
Con lo sguardo cercò un angolo nascosto alle telecamere.
Non era semplice.
Non sapeva come comportarsi. Anche se loro potevano sentire solo le domande
del quiz, sicuramente le loro vite erano spiate anche nei suoni e non solo
nei movimenti.
Con un filo di voce disse “Dove possiamo parlare”?
Nessuna risposta e una angosciosa constatazione: da nessuna parte senza
essere ascoltati.
Senza fretta cominciarono ad esplorare la casa con maggiore attenzione.
Le camere da letto erano spaziose. Tre letti in ognuna delle stanze.
Pareva la disposizione di una camera di ospedale.
Nessun mobile, solo una poltroncina dove erano state disposte diverse
coperte.
I bagni non particolarmente grandi, erano provvisti di doccia.
Anche in queste stanze mancava qualunque arredo.
Solo un porta-asciugamani e uno sgabello occupato da una pila di accappatoi.
La cucina conteneva qualche mobiletto appeso, un tavolo, un frigorifero, un
forno e i fuochi.
Il salone tv era la stanza più grande della casa. Un enorme schermo occupava
il centro dell’ambiente.
Di fronte due divani piuttosto grandi e all’apparenza molto comodi.
Nessun altro componente di arredo ma era decisamente la stanza che più di
tutte invitava ad essere vissuta.
Il martellamento di immagini era continuo.
Il quiz.
Le loro immagini che scorrevano sui monitor.
Di nuovo il quiz e quindi le loro immagini.
Ossessivo, continuo, alienante.
Come avrebbero potuto abituarsi?
Si trovarono seduti nel salone.
Avevano timore a parlare.
Sapevano di essere spiati.
“Ok ragazzi, non sappiamo perché ci troviamo qui. Probabilmente per nulla di
buono. Ma dobbiamo sforzarci di continuare a vivere approfittando di
qualsiasi occasione per ritornare alla nostra normalità. Sono sicuro che ce
la possiamo fare. L’importante è rimanere uniti”.
Era il padre, il più vecchio della famiglia ed era il comportamento che tutti
si aspettavano.
Mentre pronunciava il breve discorso pensava alla involontaria ironia delle
parole: “ritornare alla normalità”, come potesse essere normale vivere
reclusi nella propria casa e collegati al mondo solo da un apparecchio che
spingeva il suo occhio solo dove voleva.
I ragazzi asserirono.
Andrea, il più piccolo dei tre, provò anche a sorridere.
Da uno dei monitor laterali comparve un volto.
Si trattava di un uomo di circa 50 anni, completamente calvo e con uno
sguardo malato.
Aveva occhiaie profonde che segnavano penetranti occhi azzurri.
Si presentò.
“Sono il dottor Clarts. Sarò la vostra guida e vi preparerò alla prova cui
siete stati destinati”.
Tutti gli occhi si puntarono su di lui. Avrebbero saputo.
“Vi starete chiedendo la ragione per cui siete stati invitati in questa
residenza”.
Il termine invitati non appariva particolarmente indicato ma nessuno mosse
alcuna protesta.
Il dottor Clarts proseguì.
“Siete stati selezionati per partecipare al quiz. Naturalmente conoscete il
gioco, vero”?
“Sì, certo. Lo seguiamo spesso. Ma non abbiamo mai fatto domanda per
parteciparvi” disse Emy.
“Certo. Non tutti i partecipanti sono, come dire, volontari. Alcuni, come
voi, vengono prescelti”.
“E se ci rifiutassimo di partecipare”? L’intervento di Luca era quanto
pensavano tutti. Il dottor Clarts sorrise. “Non è previsto che voi possiate
rifiutare”.
Erano in trappola. Ora lo sapevano. Non avevano alcun scampo e avrebbero
dovuto giocare.
“Se ci sono domande a cui posso rispondere” lasciò la frase in sospeso.
“Quando parteciperemo. Quale è la posta in palio. Cosa accadrà se non
riusciremo a vincere e cosa se vinceremo” - sintetizzò Mauro.
“Quando? Non dovrebbero trascorrere più di 10 giorni da oggi. Posta in palio?
La gloria! All’ultima domanda non sono autorizzato a rispondere. Posso dirvi
che nell’attesa avrete la possibilità di scegliere come trascorrere il tempo.
Molti dei volontari si sono proposti come squadre. Normalmente, l’avrete
visto, sono gruppi di giovani. Vengono qui e attendono di entrare in gara
ubriacandosi e drogandosi. Alcool e droga vengono forniti dalla produzione.
Avrete sentito le grida di entusiasmo in alcuni appartamenti. Naturalmente è
possibile anche aspettare preparandosi. Come saprete il gioco prevede la
soluzione di anagrammi. Se lo desiderate potrete chiedere una scatola
contente tutto il necessario per esercitarsi al gioco. Questa decisione
spetta a voi”.
Uno sguardo circolare per accertarsi che tutti avessero ben compreso.
“Credo che proveremo a prepararci” anche se normalmente non era il più
riflessivo dei tre figli nessuno si sorprese a sentire questa affermazione da
parte di Luca.
“Sì, faremo così” fu quasi un coro e, osservandoli, si sarebbe potuta
cogliere la feroce determinazione di ciascuno di loro.
Il dottor Clarts si sfregò le mani. Di solito chi veniva obbligato a
partecipare si lasciava prendere dallo sconforto e lottava poco o nulla con
grave danno per lo spettacolo.
Questa famiglia avrebbe divertito il pubblico.
Padre e madre in linea con le aspettative degli spettatori, i ragazzi tutti
dallo sguardo sveglio e di piacevole aspetto. Sì, sarebbero diventati i
beniamini dello spettacolo. Sempre che sapessero resistere.
Ma la determinazione che aveva intravisto nei loro sguardi lo faceva ben
sperare e poi se fosse stato necessario avrebbe sempre potuto dare loro un
piccolo aiuto.
“Se non ci sono altre domande mi occuperò di farvi consegnare il necessario
per esercitarvi secondo la vostra richiesta”.
Dopo pochi istanti l’immagine scomparve dallo schermo e fu immediatamente
sostituita da quella del quiz.
Il rumore della porta che si apriva li colse di sorpresa e li fece
sobbalzare.
Un militare consegnò loro una grande scatola e, senza profferire parola,
prese congedo.
Fu Emy ad occuparsi di aprire la scatola.
Conteneva un voluminoso pacco di fogli bianchi e numerose tavole.
Queste ultime erano scritte fittamente. Erano le frasi da anagrammare, i
fogli servivano per riportare gli anagrammi.
Il gioco, lo sapevano per averlo visto, era nel presentare prima della
squadra avversaria l’anagramma più completo con senso compiuto.
Si aveva un perdente quando il distacco tra le squadre era di cinque punti.
Cominciarono gli esercizi.
CANE MORTO = normato – cometa – monaco – romano
VECCHIA SIGNORA = sgranocchia – rinsecchiva – gracchiavi – sgranchiva
Superarono queste prove in cinque, sei minuti ciascuna. Era molto tempo e non
c’era l’ansia della gara. Ne’ sapevano quale sarebbe stata la pressione in
studio.
I ragazzi parevano soddisfatti.
In effetti mai e poi mai avrebbero pensato di estrarre parole come avevano
appena fatto.
All’improvviso lo schermo presentò l’immagine di un viso vecchio e stanco.
Con voce strascicata l’immagine chiese se volevano fosse servito il pranzo.
Decisero di sì, era fondamentale non lasciarsi andare, non diventare
ossessionati dalla situazione.
Dieci minuti dopo un soldato completamente calvo e decisamente obeso portò il
pranzo.
Non poterono evitare di ridere quando Andrea, vedendo la mole
dell’improvvisato cameriere, espresse dubbi sull’integrità delle porzioni.
Mangiarono con avidità e gusto. Il cibo era di buona qualità.
Tengono alla nostra salute di concorrenti – pensò.
Anche durante questa pausa gli anagrammi continuarono:
MIO ZIO VA AL MERCATO = ammaliatrice – racimolavano – reclamavamo tizio
IL CANE E’ ZOPPO = epocale – capienze – licenza
Tutti insieme a tavola impegnati a risolvere rompicapo letterari potevano
sembrare una allegra ed affiatata famiglia durante un modesto pranzo
natalizio, quando le ore trascorse a tavola diventano troppo pesanti per
essere risolte esclusivamente con il cibo.
Il dottor Clarts li stava osservando dalla sua postazione in compagnia dello
psicologo dottor Mind.
Stavano osservando diversi schermi e tenevano sotto osservazione i diversi
concorrenti.
“Menti semplici e desiderio di autodistruzione” sentenziò Mind commentando un
gruppo dedito a bere smodatamente.
“Ormai i volontari sono tutti uguali. Si presentano per poter vivere qualche
giorno di sballo ma non sono assolutamente funzionali al programma.
Bisognerebbe prendere in considerazione l’ipotesi di utilizzare
esclusivamente le famiglie convocate dal Governo” osservò Clarts.
“Ma cosa ne dici di questa famiglia”? Era Clarts a parlare rivolgendosi a
Mind.
“Dall’impegno e dalla determinazione direi che desiderano sopravvivere. Dal
punto di vista psicologico è un grande vantaggio. Facce ed espressioni sono
buone. Televisivamente potrebbero diventare dei personaggi. Ovviamente per
poter esprimere un giudizio completo dovrei poterli osservare meglio e più da
vicino” concluse lo psicologo.
“Ok. Datti da fare. Vorrei lanciarli nel programma entro i prossimi dieci
giorni. Preparali.” Così dicendo Clarts abbandonò lo studio.
Il pranzo era oramai concluso, non così le esercitazioni.
Anagrammi su anagrammi.
Era ora di cena quando decisero di fare una pausa.
Il soldato calvo e sovrappeso fece nuovamente capolino.
Trasportava due vassoi. Li posò sul tavolo ingombro di fogli e tavole.
Spostarono un po’ di cose per fare spazio alle stoviglie.
Ringraziarono il soldato che rispose loro con un cenno del capo.
Malgrado tutto non pareva maldisposto nei loro confronti e per un momento
pensarono che, forse, avrebbero potuto ottenere qualche risposta alle tante
domande che affollavano le loro menti.
Con un sorriso gli augurarono la buona serata.
Probabilmente non era abituato a ricevere gentilezze. Pareva imbarazzato dal
loro comportamento.
Senza parlarsi decisero che avrebbero continuato ad essere gentili con lui.
Dovevano crearsi degli alleati. Ne avrebbero avuto bisogno.
Consumata la cena ed effettuati ancora decine di anagrammi venne l’ora di
andare a letto. Velocemente scelsero le camere e, sfiniti, si coricarono.
Era stata una lunga e faticosa giornata: rapiti dalla loro abitazione,
trasportati in un posto sconosciuto, sottoposti alla emozione ed allo stress
della partecipazione ad un gioco di cui nessuno conosceva gli esiti, ed ora
lì, nel buio con la consapevolezza di essere spiati anche in quel momento.
Malgrado ciò si addormentarono quasi subito.
Dopo un tempo difficile da misurare le camere esplosero in un apocalittico
rumore.
Sembravano le pale di decine di elicotteri.
Si svegliarono impauriti e shockati.
Nelle stanze il vuoto.....gli schermi trasmettevano flash di luce ed i
diffusori acustici centinaia di watt di puro rumore.
Si ritrovarono senza darsi appuntamento nel salone della Tv.
Situazione analoga; solo il maxischermo continuava a trasmettere il quiz.
Poi, come era arrivato, il rumore cessò.
Sugli schermi comparvero nuovamente le loro figure stravolte.
Dallo schermo centrale emerse la figura di Mind.
“Buongiorno. In questo momento sono le due e trenta del mattino. Ma nel
prossimo futuro il tempo non sarà un problema con cui dovrete misurarvi. Sono
il dottor Mind e sono stato incaricato dal collega Clarts alla vostra
preparazione psicologica.
Tra qualche tempo avrete l’occasione di partecipare al Grande Quiz. Si tratta
di una grande opportunità. Come avrete visto seguendo il programma il gioco
non prevede pause. Dovrete essere sempre pronti e la vostra mente dovrà
sopportare una grande pressione.
Saper risolvere anagrammi è una parte molto importante del gioco, ma la vera
prova consiste nel sapere resistere alla pressione psicologica a cui sarete
sottoposti.
Scarsissimi momenti di riposo, tensione della gara, sensazione di solitudine,
timore del futuro e disagio nel vivere nello studio. Con il mio aiuto avrete
modo di poter resistere molto di più rispetto a quanto riuscireste
normalmente”.
A nessuno sfuggì il riferimento al tempo di resistenza e non, invece, alla
possibilità di vincere.
“Il risveglio piuttosto brusco di questa mattina vi abituerà a non avere
riposo. Non per come siamo normalmente abituati. Cinque minuti di pausa
devono diventare riposo. Non avrete il modo di poter immaginare una notte di
sonno. Il programma deve andare avanti. Le uniche pause sono quelle previste
per la pubblicità e per il cambio dei concorrenti sconfitti”.
Andrea tentò di intervenire: “Ma......”
“Non ho l’autorizzazione a rispondere alle vostre domande, accontentatevi di
avermi quale tutor psicologico. In qualche modo potrò esservi utile”.
L’immagine sullo schermo svanì ed il suo posto fu preso dall’immagine di
Mauro con lo sguardo allucinato e perso nel vuoto.
Fu Emy a riaversi prima di tutti dallo shock. “Forza, riprendiamo ad
esercitarci. Vedrete, diventeremo imbattibili a questo gioco tanto che non ne
potremo più fare a meno, neppure quando torneremo a casa”.
DOBBIAMO FUGGIRE = ubbidiamo – formaggio – bombardi gufi
Gli esercizi continuarono per diverse ore, senza sosta. Malgrado le decine di
immagini che si succedevano sugli schermi la loro concentrazione era
assoluta: avevano imparato ad isolarsi da quanto accadeva intorno a loro.
Istintivamente si resero conto di aver fatto un grande passo avanti.
NON SENTIAMO PIU’ I RUMORI = interrompiamo unioni – impersonarono mutui
Esercitarsi permetteva loro di comunicare senza essere ascoltati. Un’altra
buona notizia! Cominciavano ad avere fiducia, ci scappò anche qualche sorriso
di soddisfazione. Ce l’avrebbero fatta!
Gli anagrammi continuavano senza sosta.
Malgrado l’alzataccia presto venne il momento del pranzo con il nuovo
incontro con “Andrè the giant” come Andrea aveva soprannominato il soldato
grasso.
I vassoi carichi di piatti ed una smorfia che assomigliava ad un sorriso ed
eccolo arrivare. Non c’era alcun dubbio si stava sforzando di mostrarsi
affabile, avevano fatto centro! Forse “The Giant” avrebbe potuto trasformarsi
in un alleato.
Emy con molta gentilezza lo aiutò a scaricare i vassoi mentre Andrea lo
incitava a fermarsi a mangiare con loro.
Mauro, rivolgendosi al fratello minore gli faceva notare che il soldato stava
svolgendo un lavoro che non gli permetteva di stringere amicizia con i
prigionieri.
Insomma, tutti si affannavano ad ingraziarsi “The Giant” ed il gigante
sembrava gradire queste attenzioni.
Si congedò con un ampio sorriso ed un “buon appetito” appena sussurrato.
Il pranzo, dopo quell’incoraggiante momento, fu decisamente piacevole.
Chiacchierarono senza freni, ridendo e godendosi il momento.
Anche Clarts, osservandoli nei monitor, si godeva il momento: erano davvero
perfetti. Il programma se ne sarebbe giovato moltissimo.
Vedeva già lo svolgimento: presentazione della famigliola perfetta, gare che
si facevano sempre più serrate, vittorie su vittorie, il pubblico che si
appassionava, fino al finale dove la sconfitta avrebbe eliminato per sempre i
beniamini del pubblico. Per quanto tempo avrebbero potuto resistere? Il
giusto. Bisognava dare una sferzata ai Cittadini. Droghe, alcool, TV, oramai
la gente si era assuefatta a tutto e non andava bene.
Poteva essere pericoloso, molto pericoloso….. qualcuno avrebbe potuto
ricominciare a pensare. L’incarico che aveva ricevuto ed a cui lavoravano
migliaia di persone era di impedirlo: i Cittadini dovevano continuare a
vivere beatamente, senza porsi domande.
Con il mouse cliccò su una icona e lo schermo gli presentò concorrenti che si
trovavano in un altro appartamento.
Si trattava di volontari. Erano sei: tre maschi e tre femmine di età compresa
tra i venti ed i venticinque anni. Esteticamente molto curati, abbigliamento
finto trasandato. Da ormai otto giorni vivevano assieme consumando una enorme
quantità di pastiglie, birra e vodka. I loro giovani volti non riuscivano a
nascondere un’ombra di malsano vizio, la gioventù era già passata, erano
vecchi malgrado l’età.
Clarts alzò il telefono e comunicò il numero dell’appartamento.
Dopo pochi minuti il monitor trasmetteva l’immagine di tre soldati che
prelevavano i sei ragazzi e li conducevano nell’immenso studio dove si
svolgeva il “Quiz”.
Come sempre Clarts osservò il comportamento dei concorrenti mentre
percorrevano i corridoi che portavano all’arena televisiva.
Era incredibile notare le differenze di comportamento tra “volontari” e
“prelevati”.
I primi erano euforici e mostravano solo un minimo stupore alla vista di chi
veniva trascinato a forza fuori dallo studio televisivo in quanto sconfitto.
In alcuni casi gli sconfitti tentavano di ribellarsi ed i soldati dovevano
ricorrere alla violenza e, quando capitava, la violenza era davvero bruta.
I “prelevati” che si accingevano ad entrare negli studi televisivi rimanevano
scossi da queste scene e, normalmente, sbagliavano le prime due o tre prove
con il risultato di sentirsi ancora in maggiore pericolo ed aumentare così
l’agitazione.
Anche questo era spettacolo e ben lo sapevano Mind e Clarts: ai Cittadini
piaceva l’odore della paura e del sangue.
I sei chiassosi ragazzi stavano ora incrociando quattro coetanei che, appena
eliminati dal programma, venivano accompagnati verso destinazione ignota.
Solo per un attimo i loro sguardi si incrociarono e la vista dei quattro
“eliminati” turbò momentaneamente i nuovi concorrenti.
In particolare una delle ragazze si lasciò impressionare dallo sguardo
atterrito del più giovane dei ragazzi; fu solo un istante, quello che pareva
essere il suo ragazzo la incitò ad andare più veloce verso la gara “non senti
pompare dentro l’adrenalina”?. Erano evidentemente alterati, come quasi tutti
i concorrenti.
Entrarono e Clarts li lasciò al loro destino ritornando con le immagini
all’interno della sua “famiglia perfetta”.
Li ritrovò a pranzo terminato, durante i consueti esercizi; si stupì di come
fossero allegri e spensierati. Anche le immagini della preparazione alla gara
avrebbero potuto essere utili per il programma. Doveva suscitare negli
spettatori il tifo: a favore o contro, ma avrebbe dovuto essere un sentimento
viscerale.
Decise che era il momento di sollecitarli ulteriormente e quindi cliccò sul
computer l’icona del collegamento con la stanza.
Immediatamente comparì sugli schermi il volto di Clarts.
“Bravi. Vedo che vi state esercitando con passione e volontà. State prendendo
molto seriamente il gioco. Volevo mettervi al corrente delle regole e delle
cose che possono accadere nello studio. Come sapete il gioco prevede
l’eliminazione della squadra che venga distanziata di cinque punti rispetto
all’avversaria. Per ottenere il risultato le squadre non devono attenersi ad
alcuna regola. In pratica è permesso disturbare gli avversari, copiare le
risposte, disturbare gli avversari in modo da indurli all’errore. Dovete
prepararvi a vivere una situazione estrema. In gioco ci sarà la vostra e
l’altrui vita”.
“Vuole dire che chi perde muore”? disse Emy.
“Voglio semplicemente dire che gli sconfitti perdono il diritto alla vita”.
Questa risposta mise fine alla conversazione ed al collegamento di Clarts.
La famiglia aveva perso l’allegra spensieratezza di qualche minuto prima. Su
tutti incombeva una cappa di ineluttabile disperazione. Prima o poi sarebbero
stati sconfitti e, con la sconfitta, avrebbero conosciuto la morte. Forse.
Perdere il diritto alla vita. Cosa poteva significare?
“Non è il momento di fare filosofia - intervenne Mauro che pareva aver
indovinato i pensieri che giravano nella testa di tutti i familiari –
proviamo a battere tutti”.
“Io potrei provare a distrarre i nostri nemici facendoli ridere” disse Andrea
che, tra tutti, era il più ottimista.
“Comincia con The Giant” intervenne il padre. “Abbiamo assolutamente bisogno
di avere più informazioni su quanto ci aspetterà. Dobbiamo scoprire se esiste
una via di uscita, fosse anche remotissima”.
I giorni seguenti si susseguirono tutti uguali. Esercitazioni continue,
improvvise irruzioni nel pieno della notte da parte di Clarts e qualche
intervento di Mind.
La vera distrazione fu The Giant che in realtà si chiamava Billy.
Come avevano immaginato si trattava di una persona decisamente complessata.
Vedere intorno a se’ tanto interesse finì con il far cadere, lentamente, ogni
sua difesa.
Dopo numerose “ingenue” domande da parte di Andrea, vennero a sapere che
alcune puntate del quiz erano pilotate, che loro erano stati scelti per
diventare protagonisti della trasmissione, che nello studio oltre ai
concorrenti non vi era nessun altro (anche se in TV compariva il conduttore),
che i concorrenti sconfitti venivano condotti in un campo dove dopo pochi
giorni venivano giustiziati e che all’interno dello studio esisteva una
botola che permetteva l’ingresso dei sorveglianti e degli addetti alle
pulizie.
Bill “The Giant” non sapeva esattamente dove fosse la botola, ma gli pareva
fosse nei pressi del riflettore centrale.
Con queste notizie e con qualche minima speranza arrivarono al giorno
dell’esordio.
Nel corso di una notte furono svegliati da quattro soldati che non avevano
mai visto, condotti attraverso un lunghissimo corridoio dove incontrarono i
concorrenti che stavano per sostituire. Avevano sguardi vitrei e uno di
questi tentava, senza successo, di sottrarsi alla deportazione. Luca ebbe
l'istinto di provare ad avvicinarsi e fu strattonato malamente da uno dei
soldati; Mauro gli urlò di proseguire nel cammino e di non fare il pazzo. Non
erano ancora entrati in studio e già erano chiamati a prove a cui, lo
sapevano, non potevano essere pronti.
Una porta a scomparsa aprì davanti ai loro occhi una stanza enorme piena di
luci di ogni colore in continuo movimento. La confusione creata da quel
caleidoscopio di colori era grandissima, a questo concorreva una musica
assordante e con suoni bassi in grande evidenza.
Era un martellamento al cervello, una ferita continua agli occhi. Gli schermi
che occhieggiavano dalle pareti contribuivano ad aumentare la confusione.
Dal nulla una voce emerse altissima: “Diamo il benvenuto ai nuovi
concorrenti. Un bell'applauso, non risparmiatevi.”
Malgrado lo studio fosse desolatamente vuoto applausi, fischi, urla
scaturirono da un non ben identificato luogo dello studio.
“Ecco la prima frase, buona gara”:
L'ERBA DEL VICINO È SEMPRE PIÙ VERDE.
Ora potevano vedere i loro avversari. Erano cinque giovani dallo sguardo
perso nel vuoto. Parevano insensibili a quanto accadeva intorno a loro.
Si guardarono attraverso le luci. Uno dei giovani portò alla bocca una
bottiglia e bevve un lungo sorso. Erano evidentemente ubriachi, forse
drogati.
Fu Emy a risvegliarsi dall'impasse e proporre una soluzione alla frase:
IRRECUPERABILE SPEDENDOVI
poi anche Mauro propose la sua:
RICOMPENSABILE VIVEUR
I giovani si scrutavano sghignazzando sguaiatamente. Quello che aveva bevuto
poco prima cadde con la faccia in avanti e colpì violentemente a terra. Il
sangue sgorgò copioso dalla ferita che si era aperta sul suo viso. I suoi
compagni ridevano e lo esortavano ad alzarsi.
IRRECUPERABILE SPLENDIDE fu la soluzione di una delle ragazze del gruppo.
1 a 0.
Il primo punto era stato a loro favore.
Applausi e fischi sgorgarono nuovamente dal nulla.