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Una sera d’autunno di Mario Chiabrera

Era una sera d’autunno, all’inizio degli anni sessanta, mio padre ed io,
stanchi per il duro lavoro svolto nei campi, tornavamo verso casa.
Le giornate iniziavano a restringersi, la natura offriva, prima del grigio
inverno, gli ultimi sprazzi di colore. Le piante, come dipinte da caldi
pennelli, mostravano sfumature di color giallo/rosso.
Il sole pigro stava per coricarsi all’orizzonte dietro le montagne in
direzione di Piossasco.
Camminavamo appaiati sulla carreggiata vicinale che costeggiava i campi
già seminati a frumento, su una spalla portavamo la giubba, sull’altra
appoggiavamo l’attrezzo da lavoro.
La nostra casa, isolata dal paese, distava ancora un bel pezzo di strada.
I campi rilasciavano il tepore accumulato nel giorno, una leggera bruma
usciva dal terreno e avvolgeva il bordo della strada. Da alcuni giorni, da
quando avevo ricevuto una lettera dall’azienda d’automobili di Torino,
volevo intavolare un discorso, ma fino a quel momento mi era mancato il
coraggio. Poi all’improvviso, accarezzato dagli ultimi raggi di sole, presi
forza e sputai il rospo.
Comunicai a mio padre il contenuto della lettera e la mia intenzione a dare
seguito alla loro richiesta. L’azienda mi offriva, salvo il superamento della
visita medica in Via Marochetti, la possibilità di lavorare come operaio alla
catena di montaggio.
Mio padre, quasi non avesse udito, continuò a camminare in silenzio poi
all’improvviso disse: ” non hai da mangiare a casa tua? Non ti ho sempre
pagato la settimana?..”
Lo rassicurai, non mi lamentavo dei suoi comportamenti. Intravedevo però
un futuro diverso, se avessimo avuto un gran cascinale come la “baruta” o
“il pascolo vecchio” sarebbe stato diverso, ma la ns. cascinotta, aveva
pochi terreni. Dovevamo affittarne altri per poter raggiungere un raccolto
decente in grado di sfamare tutta la famiglia (composta dai miei genitori,
da me e dalle mie due sorelle).
Illustrai i lati positivi, tralasciando quelli negativi, del futuro lavoro:
stipendio fisso tutti i mesi, la tredicesima, le ferie, la mutua e le marchette.
Inoltre con i risparmi degli stipendi, avrei potuto comprarmi la macchina:
la seicento. Attualmente avevo solo una vecchia vespa tutta arrugginita.
La domenica avrei potuto accompagnarlo in paese per la messa “granda”
con la macchina. Inoltre lo tranquillizzai, nel il tempo libero dai turni, avrei
ancora potuto aiutarlo nei lavori dei campi.
Spostai il discorso sulle ragazze, le quali preferivano (come mia sorella
Pina) i giovanotti che lavoravano in fabbrica ai contadini, quindi sarebbe
stato più facile anche farsi la morosa.
Mio padre sorrise, poi con la sua saggezza contadina disse “…guarda che
non è tutto oro quello che luccica, …. A casa tua sei padrone, in fabbrica
sei garzone…….inoltre, ho sentito dire che il lavoro è anche pericoloso,
qualche volta ci scappa anche il morto…….e pöi..e pöi fas ti che ‘sas1!”
Non parlammo più, ognuno di noi camminando rimuginava i propri
pensieri, giungemmo così a casa.
In seguito entrai come operaio a Mirafiori e lavorai duramente alla catena
di montaggio e, purtroppo, toccai con mano ciò che aveva predetto mio
padre.

   
®AdM

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