Quel mattino, una
bella giornata di primavera, nella cascina vecchia c’era
fermento. I membri della famiglia: padre, madre e nove figli, erano in
agitazione, ci sarebbe stato un evento eccezionale. La madre “Rusot”
impartiva ordini ai figli: radunare le galline e liberare il cortile, legare
il
cane dietro la casa.
I ragazzi, più restii, dovevano lavarsi; le ragazze, più grandi, dovevano
aiutare i più piccoli a vestirsi con il vestito della festa.
La famiglia era povera, due soli adulti e tante bocche da sfamare. Con i
prodotti dell’orto e dei campi, si riusciva a supplire al cibo; i vestiti
rappresentavano uno dei problemi economi della famiglia.
I figli più grandi passavano i vestiti smessi a quelli più piccoli, ma non
sempre c’era la compatibilità fra maschi e femmine.
La madre, contadina, confezionava, alla meglio e proporzionalmente alla
sua capacità, qualche vestito.
Il padre “Luisin” tardava, stava sbrigando lentamente le ultime incombenze
nei campi. “Rusot” che controllava e incoraggiava a non perder tempo,
mandò il ragazzo più grande a cercare e sollecitare il padre. “Luisin”
brontolando si recò a casa, e come consuetudine bevve un bicchiere di vino
per rincuorarsi, prima di cambiarsi con il vestito buono. Si mise la giacca
scura, un po’ lisa dagli anni, come tutti contadini, sulla camicia chiara, si
annodò il foulard nero.
La madre si pettinò e si fece la crocchia.
Il bimbo più piccolo, per nulla interessato da quel fermento, non stava
fermo, andava nel cortile a giocare con il gatto rischiando di sporcarsi il
povero vestitino.
Finalmente nel cortile arrivò il fotografo sulla sua bicicletta sgangherata,
i
suoi strumenti erano accatastati, parte sul portapacchi e parte nello zaino;
doveva fotografare la famiglia con tutti i suoi membri.
Scaricò il suo bagaglio e cercò di immaginarsi un’inquadratura decente.
Ebbe un dubbio, lo sfondo, con la facciata della casa abbastanza
malconcia, rischiava di rovinare la foto. Gli balenò un’idea, ordinò di
tirare
la corda del bucato tra i due pali, poi chiese a “Rusot” di prendere due
lenzuola bianche che appese alla corda. Lo sfondo era pronto. Infine fece
sistemare tutti i componenti, il padre e la madre al centro, ai lati i figli
più
grandi e davanti, quelli più piccoli; il più piccolino in braccio alla madre.
I
ragazzi non stavano fermi, come i cavalli prima della corsa, scalpitavano.
Un urlo del fotografo li bloccò ”ste ferm”. Il fotografo, chino sulla sua
grossa macchina e coperto dalla sua mantellina nera, schiacciò i suoi
marchingegni, la lastra fissò il gruppo: “Luisin”, “Rusot”, “Ieta”, “Brusu”,
“Geniu”, “Cino”, “Fisio”, “Nina”, “Pinota”, “Vigia”, “Tilde”.
Il tempo si fermò, tutti furono immortalati su quella lastra.
Questo racconto è frutto in parte della mia fantasia e in parte della dura
realtà. La foto e i componenti sono reali.
Quella foto, in bianco e nero, probabilmente passò di mano in mano per
molti anni e poi giacque in fondo a qualche polveroso cassetto, finché un
giorno una nipote, trovandola, decise di farla incorniciare, come un quadro,
e donarla alla vecchia zia “Ieta”, ultima superstite del gruppo.
La foto la vidi la prima volta, appesa al muro, diversi anni fa, recandomi a
far visita alla prozia (magna) “Ieta”. I due colori base (nero e bianco)
erano
leggermente sbiaditi, il nero era diventato grigio e il bianco si era un po’
appannato con sfumature beige, fenomeno classico della lunga esposizione
alla luce delle fotografie di un tempo. La posizione, gli sguardi e tutto
l’insieme davano un senso di un gruppo povero ma fiero e compatto.
Quel giorno l’anziana “magna Ieta”, che aveva ancora una mente
lucidissima, mi raccontò episodi della sua lunga e faticosa vita e mi
descrisse i componenti della famiglia.
Da molti anni “Ieta” ha raggiunto gli altri famigliari e la foto di gruppo si
è
ricomposta.
“Luisin” Luigi
“Rusot” Rosa
“Ieta” Marietta
“Brusu” Ambrogio
“Geniu” Eugenio
“Cino” Felice
“Fisio” Efisio
“Nina” Giovanna
“Tilde” Metilde
“Pinota” Giuseppina
“Vigia” Luigia